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Palazzo Morando
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Cortile d'onore di Palazzo Morando

Tipico esempio di “casa da nobile” milanese, Palazzo Morando venne donato al Comune di Milano nel 1945 dall’ultima sua proprietaria, la contessa Lydia Caprara di Montalba (1876-1945) che dal 1903 lo aveva abitato insieme al marito Gian Giacomo Morando de’ Rizzoni Attendolo Bolognini (1855-1919).

Della dimora in “Borgo Sant’Andrea alla Pusterla Nuova” si ha testimonianza sin dalla fine del Cinquecento, all’epoca di proprietà della famiglia Casati: del medico Giovanni Paolo prima e, alla sua morte, passata ad Antonio. Di questo primo periodo, a cui risale l’ammodernamento degli ambienti cinquecenteschi sul lato del giardino - probabilmente commissionati da Rocco Casati, nipote di Giovanni Paolo e anch’egli medico - rimane testimonianza la data APRILE 1651 dipinta sull’asse di un soffitto (visibile nell’attuale sala V del museo) e parte del ciclo di affreschi con gli episodi della Storia di Antonio e Cleopatra visibili in sala I.

Subentrato ai Casati Carlo Federico Villa, proveniente dalla vicina Novate Milanese, alla sua morte (1736) gli succede il figlio Giovanni Battista al quale si deve l’impostazione rococò dell’abitazione allestita negli ambienti sul fronte strada. Sulla facciata settecentesca di via Sant’Andrea due portoni introducono al palazzo: quello a sinistra porta alla corte e allo scalone d’onore mentre quello destro (oggi chiuso da una vetrata) ad altri due piccoli cortili un tempo adibiti a stalla e rimesse. Il piano terra accoglieva i registri della contabilità e un appartamento estivo mentre dallo scalone d’onore - dove si trova lo stemma dinastico dei Villa – si accedeva ai due appartamenti (privato e pubblico) della casa. L’attuale sala I del museo , allora destinata ad ampia anticamera, conduceva alla sala di soggiorno (sala III) collocata sopra le cucine; ai due lati opposti, piccoli ambienti ospitavano la cappella e l’alcova (sale II e IV). Tornati sul pianerottolo dello scalone, la “galerietta” introduceva agli ambienti pubblici affacciati sul cortile interno e su via Sant’Andrea: da una parte i più intimi “Gabinetto familiare” (l’attuale “Sala egizia”) e “Gabinetto dorato”; dall’altra i tre fastosi saloni decorati con numerosi dipinti e con soffitti affrescati a tema mitologico-amoroso: le sale d’Ercole, dell’Olimpo e l’attuale sala Dhò, fortemente danneggiata dai bombardamenti del 1943. 

Alla morte di Giovanni Villa (1774), il Palazzo diviene dimora della figlia Giulia e di Carlo Francesco De Cristoforis, ricco possidente che si farà strada nella Milano asburgica. A questo periodo appartengono la decorazione del Salone d’Ercole di mano del pittore Giovan Battista Ronchelli.

Alla famiglia dei Villa (la cui stirpe termina con Carlo Villa, figlio minore di Giovanni), il palazzo passa a Malachia De Cristoforis, figlio di Giulia e Carlo, ed erede universale del cospicuo patrimonio. Personaggio introverso e amante dell’arte, nel 1846 Malachia interviene nel riattamento completo dell’edificio (apertura delle finestre sul giardino, creazione di una nuova rimessa e della terrazza) anche acquistando, nell’anno successivo, l’immobile attiguo su via Bagutta. Nell’appartamento nobile, la grande sala sul cortile interno viene suddivisa in due piccoli ambienti, adatti a custodire le raccolta di piccoli manufatti. Con Malachia il palazzo assume la nomea di “museo De Cristoforis” tanto da essere oggetto di visite di numerosi estimatori, anche stranieri. La collezione, normalmente chiusa al pubblico, acquista notorietà nel 1874 quando ne venne esposta una parte all’“Esposizione Storica d’Arte Industriale” nel Salone dei Giardini Pubblici: corteggiato del Comune milanese, nel 1876 De Cristoforis dona alla città parte del suo museo privato.

Il palazzo, invece, rimasto di proprietà degli eredi viene messo in vendita e acquistato nel 1877 dal banchiere di origine tedesca ed ebreo Cimone (Goffredo) Weill-Schott che lo abiterà fino alla sua morte (1921) insieme alla moglie fiorentina Emma Polacco. Giudicato “bellissimo” benché depauperato della raccolta De Cristoforis, alla funzione abitativa il palazzo ora associa anche quella lavorativa ospitando al piano terra la banca Figli Weill-Schott & C (negli ambienti oggi adibiti a Sala Conferenze) . Anche il banchiere persegue la politica di acquisti di opere d’arte che da sempre aveva caratterizzato i proprietari dell’edificio: nelle ricche sale sul fronte strada trovano degna collocazione stampe e dipinti di artisti contemporanei, tra cui Achille Formis, Antonio Zona e Stefano Ussi.

Nel 1903 i fratelli Weill-Schott vendono il palazzo al conte Gian Giacomo Morando Attendolo de’ Rizzoni Attendolo Bolognini e alla moglie Lydia Caprara di Montalba. La donna, che si diletta di disegno e fotografia e pratica lo spiritismo, colleziona manufatti egizi, porcellane, lavori di ebanisteria), oltre ad amministrare la ricca collezione d’arte. Rimasta vedova subito dopo la prima guerra mondiale, Lydia si trasferisce nella villa della zia Eugenia Litta a Vedano al Lambro e, su consiglio dell’amico fidato Carlo Nicodemi, nel 1945 dona alla sua morte il palazzo – in parte distrutto dai bombardamenti bellici - al Comune di Milano con indicazione di farne un Museo del Settecento.

A testimonianza del legame tra il palazzo, le famiglie che lo hanno abitato e i Litta, in Museo sono esposte alcune delle opere della collezione del casato milanese provenienti dall’Ospedale Maggiore, qui donata nel 1899 da Eugenia Litta Visconti Arese: si tratta di ritratti di famiglia – tele e sculture - databili tra il XVII e il XIX secolo, la cui storia è resa con immediatezza da due grandi alberi genealogici dipinti. 

 

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